Editoriale | Gio 20 May 2010
di Marco Sabbatini
In Corea si trovano alcuni tra i più formidabili bboy di questo pianeta. Ragazzi che negli anni più recenti hanno elevato il livello tecnico del breaking come mai prima, catturando l’attenzione mondiale e diventando simbolo di un paese. Questo è il frutto di un lavoro durissimo e serio per cui i giovani bboy coreani si sono distinti in tutto il mondo, diventando spesso esempio e guida per moltissimi altri giovani bboy sparsi nei cinque continenti. Un’eccellenza tanto difficile e nobile da raggiungere quanto impossibile da difendere.
In Corea del Sud vige infatti il servizio di leva militare obbligatoria per tutti i ragazzi senza possibilità di obiezione di coscienza. Tutti i maschi devono prestare il servizio di leva per un periodo di 21 mesi (ben più di quanto basta per perdere completamente l’allenamento ed uscire dal giro). La pena per chi non risponde alla leva è la reclusione.
Da molto si parla di quanti bboy di altissimo livello abbiano dovuto “abbandonare” la propria arte per dedicarsi alle armi. La leva è un vero scoglio in un paese in cui il breaking non è solo oggetto di una passione adolescenziale da sabato pomeriggio, ma è spesso qualcosa di ben più nobile, una “via” a cui dedicarsi con cuore e anima.
Ecco perché il desiderio di non perdere l'allenamento ed il senso di indignazione collegato all’idea di buttare al vento il durissimo lavoro fatto per raggiungere il livello di eccellenza che ha portato i coreani sul tetto del mondo, oggi, miete la sua prima vittima. Si tratta della crew T.I.P. (Teamwork is Perfect), una delle crew coreane più note e di maggiore successo, che rifiutandosi di rispondere alla chiamata alle armi è andata incontro all'inevitabile conseguenza per chi viola la legge: arresto e reclusione. Una situazione drammatica che quasi ci infastidisce per quanto drastica appaia ai nostri occhi.
In questi giorni l’intera comunità della street dance (ed in particolare quella del breaking) si sta mobilitando nei confronti dei T.I.P. attraverso l’iniziativa “TIP CREW: LET'S SHOW SUPPORT AND UNITY AS A COMMUNITY” per mostrare solidarietà, rispetto e compattezza nei confronti di ragazzi che hanno contribuito attraverso la propria arte a rendere celebre il proprio paese grazie al livello e l’eccellenza raggiunti. Un’eccellenza di cui l’intera comunità della street dance vuole mostrarsi fiera nel semplice intento di dimostrare alle famiglie dei componenti della crew e anche all’intera nazione quanto importante e significativo sia il contributo di questi ragazzi allo sviluppo della cultura giovanile a livello mondiale. E’ una situazione che fa riflettere, soprattutto perché mette in luce una determinazione ed un attaccamento alla propria passione di rara intensità. Una determinazione che forse la dice lunga sul motivo per cui i bboy di quel paese hanno potuto raggiungere in così breve tempo la vetta di tutte le più importanti competizioni al mondo e diventare oggetto di ammirazione in tutto il globo. Da molto si parla della Corea del Sud come un luogo in cui tutto è possibile nel mondo del breaking, in cui c'è grande attenzione dai media, in cui le grandi aziende assegnano contratti e sponsorizzazioni come in nessun altro luogo al mondo, in cui gli eventi sono più grandi, più belli e più vistosi. Già, ma è anche il paese in cui i bboy sono pronti ad andare incontro all’impossibile per inseguire i propri obiettivi.
Qualcosa di simile era accaduto nel lontano 1967 quando il Campione del Mondo dei pesi massimi e medaglia d’oro olimpica Muhammed Alì decise di non rispondere alla chiamata alle armi per la guerra in Vietnam. Le sue motivazioni erano religiose e di principio. Lo stato lo condannò, gli revocò il suo titolo di campione del mondo e gli impedì di combattere sul ring, lasciando che perdesse anni di giovinezza e allenamento, fino a quando la Corte Suprema decise di sovvertire l'esito dei processi precedenti. Torno sul ring molti anni dopo, quando tutti lo credevano finito, e si riprese titolo e gloria, diventando una leggenda dello sport. Nel 1996 gli Stati Uniti d’America ospitarono i giochi olimpici ad Atlanta ed è nei cuori di molti l’immagine di Muhammed Alì chiamato proprio dalle autorità - come esempio di uomo e di sportivo - all’onore più alto di accendere la fiaccola olimpica.
Oggi i T.I.P. stanno soffrendo una scelta derivata dal desiderio di difendere la propria arte. Non è nostro obiettivo occuparci della dimensione politica in cui tutto ciò è accaduto. Possiamo solo manifestare la nostra vicinanza ai T.I.P. La loro arte è qualcosa che merita sostegno, attenzione e serietà di giudizio. Ed il loro atto qualcosa a cui pensare.
Ecco i link ufficiali dell'iniziatva a supporto dei T.I.P.